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Foggia com'era E-mail
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luned́ 18 febbraio 2008

All'amata città di Foggia, mia Patria elettiva, straziata da bieca ferocia, squassata da malvagia impietosa barbarie, dove, fanciullo inconsapevole, obbiettivo di schegge e raffiche impazzite, in simbiosi con la dolente collettività, ho patito e sofferto, trepidato ed ansimato, assaporato il terrore e percepito l'orrenda fine, ma anche gioito e goduto degli affetti autentici, delle schiette amicizie; dove ho scorazzato nei campi, spigolato nelle stoppie riarse, inseguito lucciole e farfalle, catturato rane e lucertole, cercato more nei rovi, "rubato" gelsi dagli alberi, momenti indimenticabili di un' epoca sprofondata nell'oblio; dove nelle strade libere ma pregne di popolana vivacità, fra il cicaleccio delle massaie ed i suoni tipici del lavoro artigiano, scorazzavano frotte di ragazzini; dove ho giocato a "mazz' e bustik", " a vock", a "cavall' lungh'"; dove i fremiti dell'amore m'han fatto uomo, dove ho fondato famiglia, lavorato, allevato ed educato i miei pargoli; dove cesserò nel silenzio, senz'esservi sepolto, ma avendo nel cuore il campanile della"Chiesa Madre" e la torre di Palazzo di Città, alla cui ombra ho trascorso i momenti lieti e tristi che hanno scandito la mia esistenza.

Alfonso De Santis

 

 

GIOCHI FOGGIANI TRADIZIONALI

Spacca Curlo

Si lanciava il curlo (trottola) con la corda, cercando di colpire un altro curlo fermo sul terreno, si guadagnava un certo numero di punti a seconda di dove e come si colpiva.

 

 

 

MAZZE E BUSTIKE

Si giocava all'aperto in due, con una mazza cilindrica di circa 80 cm. (tipo quella della scopa) e un'altra più piccola il bustico di circa 15 cm, assotigliata alle estremità. Con la mazza bisognava colpire il bustico al volo e farlo andare il più lontano possibile.

O CUCCETILLE

Si gioca all'aperto, utilizzando un barattolo di latta. Si fa la conta per decidere chi va "sotto", il secondo o l'ultimo dà un calcio al barattolo posto nel "centrogioco", poi tutti scappano a nascondersi. Quello che sta "sotto" va a prendere il barattolo, lo batte un pò di volte sul centro-gioco e se scorge qualcuno dei compagni lo tiene prigioniero. Cercando gli altri deve fare attenzione a non far calciare il barattolo da qualcuno nascosto, perchè metterebbe in libertà i prigionieri. Il gioco finisce quando tutti i giocatori sono fatti prigionieri.

Zumbe cavalle lunghe

Ci sono due squadre formate una da una "mamma" e dai "cavalli" e l'altra dai cavalieri. I cavalli si uniscono piegandosi col busto, la mamma invece si pone spalle al muro e fa appoggiare la testa del primo dei cavalli sulla sua pancia. I cavalieri non devono toccare il terreno con il corpo, mentre i cavalli non devono cadere sotto il peso dei cavalieri.

Il monopattino

Si facevano gare di velocità, oppure giochi acrobatici. Si costruiva con due assi di legno che formavano un angolo di 90° e si giocava all'aperto, in due o più giocatori, sui marciapiedi o su strada.

A' furcenelle

Si giocava all'aperto con uno o più giocatori. Le armi giocattolo, i ragazzi se le costruivano da soli. Erano l'arco, la balestra, le spade, gli scudi e appunto la fionda, un ramo d'albero: la parte elastica si ricavava da una camera d'aria, mentre la parte dove si metteva l'oggetto da lanciare era di cuoio.

'A campane

Si giocava all'aperto con una o più bambine utilizzando una pietra. Bisognava tracciare a terra, con il gesso, il disegno della campana. La regola più importante è che si giocava saltellando su una gamba. Per decidere chi era il primo ad iniziare il gioco, si faceva la conta. Il primo giocatore entrava nella casella "terra" tirava la pietra nella casella con il numero 1. Saltando su una gamba sola andava dalla "terra" alla casella 1. Raccoglieva la pietra, girava su se stesso e tornava alla "terra". Poi tirava la pietra nella casella 2.Saltava nella casella 1 e poi nella casella 2 raccoglieva la pietra e, sempre saltando, tornava indietro fino a "terra". Continuava tirando la pietra nella casella 3 e andava avanti allo stesso modo, fino alla casella" terra". Alla fine doveva giocare in senso contrario. Se la pietra andava in una casella sbagliata o sopra una riga, il giocatore perdeva il turno e poteva ricominciare, partendo dalla casella dove aveva commesso l'errore, saltando dopo che tutti gli altri avevano giocato.

'A vòche

Si giocava all'aperto utilizzando le "voche" (pietre piatte), il "mastro" (pietra rettangolare) e i soldi. Si fa un fossetto in cui si mette la posta in gioco. Si colloca poco avanti ad esso il "mastro" diritto. I giocatori stabiliscono la distanza dal "mastro". menano il tocco, chi esce tira per primo e così via. Se il giocatore che tira per primo allontana il "mastro", bocciandolo e la sua "voca" è più vicina alla fossetta del mastro, vince la posta. Se invece la "voca" va più lontana del "mastro", tira il secondo e così via.

I cinke prete

Si gioca con uno o più giocatori e con cinque pietre tondeggianti, di misura tale da poter essere tutte racchiuse in una mano. Dopo averne depositate quattro su un piano d'appoggio o a terra, si lancia una, quella rimasta al giocatore, verso l'alto. Prima di riafferarla, durante la sua ricaduta, si deve prendere una delle quattro pietre. Il gioco procede così sino a quando tutte le pietre sono state raccolte. Le fasi successive del gioco variano perchè prevedono che le pietre dal piano d'appoggio siano raccolte prima a due a due, poi a tre ed infine a quattro. L'errato svolgimento delle operazioni del gioco determinerà l'infrazione e, pertanto il cambio dei giocatori.

Spaccachiankette

Questo gioco consiste nel lanciare in aria una monetina che deve ricadere su una lastra del pavimento stradale, un tempo costituito da grosse pietre laviche "chijanghètte". Vince la moneta, e di conseguenza il giocatore, che si avvicina di più al bordo del mattone o al centro di esso, a seconda della regola stabilita in precedenza.

U ruciulìlle c'a palomme

Il "ruciulìlle è un attrezzo di legno, di forma cilindrica, con ad un'estremità un filo di ferro resistente su cui gira un rocchetto e sopra alla quale sono infissi due chiodini senza testa in modo da potervi infilare una farfalla di stagno (o zinco, perchè luccica al sole) con tre fori corrispondenti in linea retta, ai due chiodi e al filo di ferro al centro; una cordicella "zagagghije" viene avvolta dal rocchetto (come nella trottola) e poi tirata con forza in modo che la farfalla "palomme" si stacchi innalzandosi. Le rondini scambiano la farfalla di stagno per una carta da portare via per il nido e vengono abbattute.

I pallucce

Il gioco si svolge con l'utilizzo di biglie (palline di vetro variopinte). A terra si stabilisce l'area della zona di gioco al cui centro si scava una piccola buca che può assumere una posizione strategica per bocciare le palline degli avversari. Pertanto, se la biglia dell'avversario si trova in una zona dell'area distante per essere bocciata, ci si avvicina prima andando nella buca e poi si tenta di colpirla. Nel gioco la mano sinistra è distesa in modo che il mignolo tocchi terraed il pollice sia proteso e collegatoall'altra mano da cui si tira la pallina, tenuta tra l'indice e il pollice. Chi riesce a bocciare si appropria delle palline dell'avversario.

 

 

 

 

ANTICHE RICETTE FOGGIANE

 

I recchitelle

Se fanna de tanda manère, a ccum' è 'a farine: de grane janghe o de grane nere. 'Na vòte prepàrate 'u tavelìre, mitt' 'a farine e ffa nu fussetille ndò mitte l'acque e nu poche de sale. Pò c' 'a ponde 'i dìte; chiane, mmiscke e mbaste; e quann' e fatt' 'a paste tu l'e sckanà. Quann'esse eje pronde, tu t' 'u sinde mbronde, quanne cade 'u sedòre e quanne sind' 'a ddore d' 'a grazzie de Ddije. Quanne pò e fatte i parte, tanne ce vòle l'arte: pecchè dope attunnàte a bbastungine, c' 'a ponde d'i dite e dd' 'u curtille, l'e stenne, l'e sterà, l'e 'ngappuccìa cum' e nu 'mbrelle. Sol' accussì se fanne i recchitèlle.

' U timbane

Specialità delle grandi occasioni. Dopo aver scolato la pasta a mezza cottura, in una teglia cosparsa di sugo si formano diversi strati di pasta con polpettine già cotte nbel ragù, con fettine di buona scamorza meridionale, volendo anche con salame a pezzetti, e/o fettine di uova sode, una manciata di pecorino. Si insuga di "ragù" ogni strato, compresa la parte superiore e si inforna per l'ultima cottura. Sfizioso mangiare i maccheroni "rusecarille" (ovvero quelli della parte superiore, rosolati al punto da sentire quasi il rosichio sotto i denti).

I turcinille

Detti anche"cazzmarre", "gnemeridde", a seconda dei paesi, pare fossero noti in Puglia fin dal 1400 come comprovano gli "Statuti dell'Università di Bisceglie" di quel tempo. Budelline di agnello ben lavate o infilando la punta di un imbuto in un capo del budello e facendovi scorrere acqua dal rubinetto, oppure , sempre sotto il rubinetto dopo averle aperte con le forbici per tutte la lunghezza. Si possono cuocere: a) se delle dimensioni di un dito, arrostiti sulla brace dopo averli avvolti intorno ad un mazzetto di prezzemolo. Il profumo frammisto a fumo, che emanano è inebriante al punto di far ...sgravare una donna in anticipo! Si condiscono solo con sale e si accompagnano con pane di montagna o pizza col pomodoro e...vino. Oppure: b) quelli di dimensioni più grandi si avvolgono intorno ad un involto formato dalla "rezza" che a sua volta avvolge o frattaglie (pezzi di fegato o di polmone sempre d'agnello), oppure pezzi di prosciutto cotto o di salame, quindi una sultanina, pinoli, prezzemolo, sale, pepe, pecorino grattuggiato. posti, infine, in una teglia tra le patate a pezzetti, si infornano.

' U spezzatine ch' ì carduncille o ch'ì cicurielle

Portata tipicamente pasquale, si prepara inizialmente lo spezzatino facendo sfriggere carne d'agnello a pezzi, assieme al lardo tritatocon la mezzaluna, un pò d'acqua e uno spicchio d'aglio a pezzetti, consumato il lardo e rosolata la carne, si aggiungeancora altra acqua e si fa cuocere la carne. Si lessano i cardoncelli o le cicorielle di campagna, si calano nel sugo dello spezzatino in sieme con la carne, si copre il tutto con uova sbattute, pepe, pecorino grattuggiato e si rimette su fuoco per qualche minuto ovvero fino a quando le uova si rassodano. Quindi, ancora per un attimo nel forno. Con questo piatto si ....ringiovanisce almeno di tre anni.

Ciammaruchelle, Caccavune e Munacelle

Si tratta di lumachine, lumaconi e lumache dal guscio verde scuro. Raccolte le chioccioline nei campi, vengono lasciate per qualche giorno " a patià nd' a 'u caccaville" ( a spurgare in un tegame capace); dopo un paio di giorni si " capano", si lavano appena in poca acqua, quindi in piccole quantità si strofinano fra loro con le mani fino a creare " ' a lippe" (la schiuma). Risciacquate ben bene, si lasciano a riposo per 3-4 ore nella pentola con acqua fresca, salata e con qualche spicchio d'aglio e foglie di lauro. Quando tutte le chioccioline sono fuori dal guscio si lessano a fuoco lentissimo e si condiscono con olio d'oliva. Al posto del lauro si possono aggiungere delle foglie di menta o origano per rendere forte l'odore e il sapore. Era il pranzo d'obbligo nell'occasione della festa di S. Anna. Nei pressi della sua Chiesa, nel mese di luglio degli anni anteguerra o subito dopo, come d'incanto, all'aperto, sorgevano tanti tavolini delle cantine vicinori che preparavano piatti di " ciammaruchelle" e di braciole di cavallo a ragù, innaffiatecon buon "mijere"( il vino nostrano, dal latino "merum", schietto).

Cicatille ch'i cicere - ch'i fasule o ch'i lindicchie

I " cicatille", così detti forse perchè preparati affrondando l'indice in tocchetti di pasta fresca, strisciati e arrotondati come piccoli gnocchi; quasi un "mo' tececo", "cecato", " cicatille. Lavare e mettere a mollo, la sera precedente, i ceci o i fagioli o le lenticchie con un pizzico di bicarbonato per favorirne la cottura e renderli più digeribili. la mattina si lessano nella stessa acqua con sale e qualche spicchio d'aglio. Quindi si preparano i "cicatille", si lessano e si mescolano con i legumi. Infine si condisce con olio crudo di oliva ed un cucchiaino di "uglie sande" o una spruzzata di pepe. Al posto dell'olio crudo si può preparare a parte un sughetto di pomodoro da versare sui legumi e il tutto sui "cicatille".

'U Ragù

E' il codimento classico per il pranzo domenicale: " i maccarune c' 'a carne". Si fa soffriggere nell'olio mezza cipolla tritata, assieme a braciole di cavallo, a salsiccia fresca di maiale, a polpette di vitella, ( quest'ultime aggiunte a mezza cottura della precedente carne), assiemea qualche "gammuncille" d'agnello, (l'ultimo segmento della zampa), o a una "pedeje", (la saccoccia), ovvero la pancetta sempre d'agnello nella quale il macellaio al momento dell'acquisto, con le dita fa un'apertura da riempire di uova o frittata appena rassodata. Ovviamente, al posto delle braciole, della saccoccia, può essere cucinata carne a pezzi; sempre meglio, però, se proveniente da tagli di animali diversi. Dopo che la carne è rosolata, si aggiunge mezzo bicchiere di vino e si continua a soffriggere fino ad evaporazione; quindi si aggiunge la salsa di pomodoro e si fa cuocere per circa due ore a fuoco lento.

Peperusce arrustute e 'mbuttite

Arrustute: Peperoni carnosi gialli e rossi arrostiti sulla brace ( o, in mancanza, nel forno sotto il "grill"), puliti dei semi, del picciolo e della pellicina bruciacchiata, fatti a strisce e conditi con sale, aglio, prezzemolo e olio d'oliva.

'Mbuttite: Si fanno arrostire i peperoni come sopra, si spellano, si aprono e si stendono. Si prepara un composto di capperi, pezzetti di "sarache" (acciughe salate), mollica di pane raffermo sbriciolata, sale pepe, prezzemolo e olio di oliva: una parte del composto viene usato per fare degli involtini con i peperoni che, sistemati in una teglia, vengono cosparsi, con la parte restante del composto stesso e si infornano per l'ultima cottura.

I maccarune

c' 'a carne: il pranzo domenicale per antonomasia. I maccheroni per lo più fatti in casa, possono essere a) i "truccule" simili ai maccheroni alla chitarra, che prendono il nome da "utrucculatùre", specie di matterello di ottone o di legno, (per i ricchi o per i poveri), munito di lame circolari che viene passato, facendo pressione, sulla sfoglia di pasta tagliata a strisce larghe; b) le tagliatelle; c)"i recchitelle". Il condimento è il classico sugo di pomodoro detto "ragù" e pecorino grattato.

' a rucule e patane: con ruchetta e patate; o anche " 'a bandire", (la bandiera) per il bianco della pasta e delle patate, il verde della ruca e il rosso del condimento. Si lessano in acqua con sale le patate tagliate a pezzetti, quindi nella stessa acqua la ruchetta e sempre nella stessa " i recchitelle". Si condisce con salsa di pomodoro e una spolverata di pepe. Era "il piatto forte" dei poveri. Oggi viene servito nei ristoranti "IN".

Ancòre i maccarune

maccarune e finucchille o ch' ì spogne: Si lessano i finocchietti selvatici o le spogne, (stessa famiglia ma più grandi), in acqua salata e, nella stessa, le orecchiette indi si condisce con olio crudo e una spruzzata di pepe. Se i finocchietti sono quelli coltivati si può condire anche con salsa di pomodoro.

maccarune e peperusce: Maccheroncini o spaghetti conditi con salsa di pomodoro in cui sono stati già cotti peperoni piccoli di colore verde o quelli grandi ma a pezzi.

maccarune e vruccule de rape o ch'ì cavule fiore: Si lessano o i broccoli o i cavoli e, nella stessa acqua, o "i recchitelle" o " i pizzarelle". Si condisce con olio di oliva crudo ed una spolverata di pepe oppure con un soffritto di aglio, "saràche" (acciughe) e peperoncino.

I cartellàte

Ingredienti: farina bianca gr. 500, lievito di birra gr. 20, zucchero a velo, miele (liquido) o vino cotto, cannella in polvere, olio d'oliva, sale. Impastare con la farina, il lievito sciolto in acqua tiepida e salata, qualche cucchiaio di olio e di vino, tanto quanto basta per ottenere una pasta della stessa consistenza di quella del pane. Lasciarla lievitare in luogo asciutto per circa due ore. Quando la pasta sarà lievitata, stendere la sfoglia molto sottile: usando la rotellina dentata ricavare delle strisce di circa 5 centimetri di larghezza e lunghe almeno 50 centimetri. Piegare a metà questi "nastri " portandoli a 2 centimetri l'uno dall'altro, fare dei pizzichi che riuniscono a intervalli regolari i due lembi aperti delle strisce; poi arrotorarle a spirale congiungendo ancora la pasta con dei pizzichi nei punti non congiunti precedentemente, ma premendo insieme il lembo esterno della striscia della parte già avvolta a spirale con il lembo interno della parte che ancora non è stata avvolta. Si otterrà così una specie di rosa. Friggere le rose in olio bollente mettendole poi a scolare capovolte. In un'altra padella per fritti versare abbondante miele; mettere sul fuoco e quando inizierà a bollire adagiarvi delicatamentele "rose" fritte lasciando che assorbono il miele per pochi minuti, sia da un lato che dall'altro. Sistemarle a piramide sul piatto di portata spolverizzando l'insieme con zucchero a velo e cannella in polvere; in alcuni paesi usano invece dei piccolissimi confettini colorati: le"cartellate" sono ottime sia calde che fredde. Vi è anche l'usanza di inzupparle, anzichè nel miele, nel vino cotto.


 

"Quando inizia una guerra la prima vittima è la verità; quando finisce una guerra le menzogne dei vinti vengono smascherate, quelle dei vincitori diventano storia".

A PERENNE MEMORIA

Quando, ripristinata la parvenza della normalità, ripresi a frequentare le scuole medie (in un modesto palazzetto di Via De Nittis tutt'ora esistente, adoperando per banchi i seggiolini in ferro degli americani, privi di appoggio per i quaderni che tenevamo sulle gambe, senza vetri alle finestre, senza cattedra e per lavagna un rettangolo dipinto di vernice nera sulla parete) mi giocai un anno scolastico intero, quello della II^, che dovetti ripetere perchè respinto senza appello a giugno, con relativa dose di batoste prese da mio padre. Tutto questo avvenne perchè io, invece di andare a scuola, mi recavo a ridosso della staccionata costruita tutta intorno a quello che oggi è il grande piazzale che prelude alla stazione ferroviaria di Foggia, proprio là dove, prima della furia bellica, vi erano i famigerati sottopassaggi dove migliaia di persone, foggiane e non, intrappolate per effetto della occlusione delle scalinate di accesso, a causa dei crolli provocati dalle bombe, morirono, fors'anche bruciate vive, per l 'infiltrazione della benzina fuoriuscita dai vagoni in sosta, incendiatasi perchè tutt'intorno erano solo ferro e fuoco. Andavo lì perchè ero attirato dai lavori di scavo, che venivano effettuati con estrema cautela, come avviene per quelli archeologici, onde non arrecare ulteriore offesa a quegli eroi (loro malgrado), dai quali scavi, frammiste al materiale edile di risulta, uscivano montagne e, ripeto, montagne di ossa umane che, separate e pietosamente recuperate, anche quelle più minute, attraverso un paziente lavoro di cernita, venivano caricate su camion e portate al Cimitero. I brividi e la commozione mi assalgono ancora oggi al ricordo di quel terrificante spettacolo! Decine e decine di volte i camion facevano la spola dal cantiere al Cimitero. Quotidianamente, attraverso le fessure della palizzata in legno eretta a protezione (anche visiva) dell'immensa buca, contemplavo in silenzio il mesto rito. Lì trascorrevo la mia giornata "scolastica"di quell'anno memorabile. Oggi a distanza di 63 anni, il ricordo è ancora vivo e, nonostante siamo sprofondati nel materialismo più vorace, fatto di successo, sesso e soldi, che ha obnubilato i valori etici e morali, che ci ha resi refrattari ai sentimentalismi, alle emozioni, anche, se vogliamo, alla retorica (che molti si compiacciono definire patriottarda), nutro il più profondo rispetto per il terreno sottostante quel piazzale, dove il lassismo ed il permessivismo attuali consentono agli extracomunitari di bivaccare, di orinare, defecare e fare tutti i loro porci comodi, un terreno che gronda sangue innocente. Su quel sacro sito, piuttosto che una bella fontana, avrebbero dovuto elevare un santuario, meglio un Sacrario, dove i posteri avrebbero dovuto recarsi in religioso pellegrinaggio per onorare la memoria dei martiri. A proposito, fini porgitori di notizie, illustri dottori e professori, ove vi trovaste a transitare su quel piazzale, per motivi attinenti a viaggi oppure per una semplice passeggiata in loco, fermatevi un attimo, meditate, genuflettetevi, pregate se lo ritenete opportuno e baciate quel suolo che conserva gelosamente brandelli di carne della vostra progenie.

(Tratto dal libro "L'immane tragedia dell'estate 1943 a Foggia" di Alfonso De Santis)

 

UN ESEMPIO DI EROISMO

L'immane tragedia dell'estate del 1943 a Foggia


IN STAZIONE - La stazione è un inferno. I vagoni in sosta sui binari si pol­verizzano in micidiali schegge. La morte non arriva soltanto dal cielo. Lo spo­stamento d'aria trasforma tutto in proiettili: le rotaie, i calcinacci, i vetri, le traversine dei binari, le piastrelle del selciato. Di colpo s'è fatto buio, alle 10 del mattino. Il fumo dei primi incendi ed il carbone del Deposito Locomotive, disperso dal vento delle esplosioni, sollevano una nebbia d'inchiostro. Si corre da ogni parte disperatamente.

Nel sottopassaggio c'è gente, più delle altre volte. Un treno da Bari è ar­rivato quasi contemporaneamente agli aerei. Ha un quarto d'ora di ritardo. La fatalità. E' stracarico, come tutti i treni in periodo di guerra. Deve sostare a Foggia qualche minuto e proseguire per il Nord.

Molti viaggiatori rimangono sul treno: non farebbero in tempo a raggiun­gere il rifugio. Si distendono lungo gli scompartimenti. Quelli, però, dei vagoni centrali, così come molte persone delle sale d'aspetto e molti ferrovieri della biglietteria e di uffici vicini, scendono nel sottopassaggio, il posto più sicuro della stazione, a giudicare dai precedenti bombardamenti. Non spingete, qui ci salveremo! - grida qualcuno. Non si salveranno. Due bombe esplodono nello stesso momento ostruendo le entrate. Ancora la fatalità. Una cisterna di benzina, a una trentina di metri, sull'ultimo binario, viene squarciata da una scheggia. Il liquido si sarebbe certamente disperso altrove, ma le bombe hanno spaccato la terra, aprendo una fenditura che discende sino all'entrata del sottopassaggio.

Attraverso gli spiragli che, tra le macerie che ostruiscono le entrate, lasciano filtrare un po' di luce e di aria edi speranza, si infiltra un mare di fuoco.

Non si saprà mai esattamente quante persone siano perite, sepolte vive in quella tomba di fuoco: trecento, quattrocento, mille................

Frattanto il bombardamento infuria. Tre ferrovieri distesi sotto un vagone postale abbandonano tale rifugio urlando: - II treno delle munizioni! Se salta in aria non si salva più nessuno! Il primo ad accorrere è un frenatore, un uomo sui cinquant’anni, basso, tarchiato, i capelli già tutti bianchi. Dopo una ventina di metri si accascia ferito tra i binari. Tenta di rialzarsi. Gli altri due si fermano per soccorrerlo, ma lui grida come un ossesso: - Andate via! Correte al treno! -

I due riprendono a correre, ora insieme con altre ombre che vanno nella stessa direzione per fare qualcosa di più del loro dovere.

Alcuni cadono falciati dalle schegge o dagli aerei che mitragliano a bassa quota, ma il treno finalmente si muove verso l'aperta campagna, un metro die­tro l'altro, come se fosse sospinto dal respiro affannoso di un gruppo di uomini che hanno avuto più coraggio che paura.

Su un altro versante della stazione, ancora ferrovieri che non temono la morte. In quattro spingono un vagone. Sono sporchi di polvere, di carbone, bi­tume, sangue, ma spingono più forte che possono.

Ancora pochi metri e ci siamo! - dice uno. Sono le sue ultime parole. Resta aggrappato al carro, poi si piega sulla traversina, fulminato. Gli altri tre pro­seguono. E' fatta ormai. Il vagone è arrivato a destinazione, su una grande buca, nella quale sono radunati una quindicina di ragazzi laceri, scalzi, tremanti di paura. Sono orfani, non hanno più nessuno. Vengono alla stazione ogni giorno per chiedere un pezzo di pane ai viaggiatori di passaggio. Sono diventati amici dei ferrovieri. In quella buca, col vagone che ripara dalle schegge o dai calcinacci, sì salveranno.

Ore 13,00. La morte non sorvola più la città: è rientrata alla base. Fuori della stazione le strade hanno un tappeto di macerie, di cadaveri, di feriti che difficilmente guariranno. Al favonio ora si è aggiunto il calore degli incendi.

Un ferroviere attraversa Via Conte Appiano con un corpo inanimato su una spalla. Ogni tanto si ferma, riprende fiato, va verso il cimitero, parla da solo con la voce della follia: - Lasciatemi passare. E' un capotreno, non è di Foggia .

Io dovevo essere al suo posto. Non ho potuto dargli il cambio. Vado a seppellirlo, almeno i figli sapranno dove trovarlo! -

(Tratto dal libro di Alfonso De Santis)

 

 

SOGNANDO GUIDO

Correre, correre ridendo

tra l'erba dell'ortese "mezzana"

rincorrendo impaurite lucertole;

catturar farfalle variopinte,

guardar acrobatici voli di rondini.

Correre, correre rincorrendoci,

molestar giovani puledre,

sentir sul volto l'alito fresco,

d'un mattino d'estate e nelle nari

l' olezzo dell'umido trifoglio.

Suggere fiori, fiori di malva

dal colore rosato,

mangiare gialli fiori d'acacia,

bere acqua limpida d'un canale

filtrata da erbetta fresca.

Correre, correre felici

con te Guido, gioiosi insieme

amando la vita, alfin stanchi,

sazi, pachi di tanta gioia

distendersi supini sull'erba,

guardar con occhi socchiusi

l'azzurro del cielo, il dorato

caldo sole d'un giorno d'estate.

(Domenico Dell'Accio)

 

 

 


E' il sogno di colui che sa di non poter più rivedere il giovane amico, nato nello stesso anno, cresciuto assieme a lui perchè vicini di casa, col quale ha frequentato tutti gli anni scolastici, col quale è stato assunto in ferrovia e che il 22 luglio del 1943 restò imprigionato nel sottopassaggio della stazione di Foggia, nell'età più bella: a soli 17 anni!!!! (La valigia delle Indie -23 giugno 1985-)

 

 

IN MEMORIA

OGGI I RAPPRESENTANTI DELL' ESERCITO DEGLI STATI UNITI SONO VENUTI NELLA VOSTRA CITTA' PER RIEVOCARE RECIPRO­CAMENTE LE IMPRESE DEGLI ANNI SCORSI E PER INTENSIFICA­RE LA NOSTRE RECÌPROCA AMICIZIA E IL NOSTRO SFORZO PER LA RICERCA DELLA PACE. NOI VI PORGIAMO INOLTRE IL SALUTO ED I MIGLIORI AUGURI DEI, POPOLO AMERICANO, DEL COMAN­DANTE IL TEATRO D'OPERAZIONI, DEL GENERALE COMANDANTE LA 88.a DIVISIONE FANTERIA (“BLUE DEVIL”) E DI TUTTI I SOL­DATI DI QUESTA DIVISIONE. —

UOMINI DI QUESTA DIVISIONE MARCIARONO ATTRAVERSO L'ITALIA PIÙ' DI UN'ANNO FA' SERIAMENTE IMPEGNATI NELL' E-STIRPARE I RESIDUI DI UN'AGGRESSIONE CHE AVEVA MINAC­CIATO LA SICUREZZA D'ITALIA, LA SICUREZZA D'EUROPA, LA SICUREZZA D'AMERICA E QUELLA DEL MONDO INTERO. —

OGGI NOI RITORNIAMO SUI PROPRI PASSI, MA I NOSTRI OB-BIETTIVI SONO COMPLETAMENTE DIVERSI. NOI SIAMO RITORNATI PER PAGARE IL NOSTRO CONTRIBUTO ALLA MEMORIA DEI NOSTRI COMPAGNI D'ARMI CHE SACRIFICARONO LE LORO VITE, CON LA FIDUCIA CHE LA MINACCIA DI UN'AGGRESSIONE SIA STATA CAN­CELLATA DAL VOSTRO E DAL NOSTRO SUOLO. LORO RIPOSANO ORA SEPOLTI IN TERRA ITALIANA, UNA TERRA CHE PER LORO ERA DEL TUTTO STRANIERA MENO DI TRE ANNI FA'. QUESTI SOLDATI AVEVANO SPERATO DI RITORNARE ALLE LORO CASE, ALLE LORO FAMIGLIE, ALLA LORO ESISTENZA ABITUALE, MA, ANCHE SE IN­TUISSERO CHE IL PREZZO DA PAGARE FOSSE ALTO, PURE LA GRAN MAGGIORANZA DI' LORO DESIDERAVA IL SACRIFICIO DELLA LORO VITA SE CIO’ AVESSE POTUTO GARANTIRE LA LIBERTA’ PER IL MONDO E PER I LORO CARI. IO POSSO DICHIARARE CON PIENA CONVINZIONE CHE QUESTI COMUNI CITTADINI AMERICANI, AVREBBERO PREFERITO MORIRE COMBATTENDO IL NEMICO PIUTTOSTO CHE SOPRAVVIVERE ALLA SCHIAVITU’ CUI SAREBBERO DOVUTI SOTTOSTARE SIA LORO CHE VOI SE IL NEMICO AVESSE VINTO. MA L’AGGRESSORE E’ STATO FERMATO E IL PROPAGARSI DELLA SUA DELETERIA AZIONE DI DISTRUZIONE E DI MORTE E' STATA REPRESSA. NOI ORA MINIAMO A SRADICARE TUTTI I SIN­TOMI E LE TRACCE DI QUESTO MALE. L'AMERICA SI STA SFOR­ZANDO DI TENERE IL SUO POSTO IN QUESTA LOTTA MONDIALE, E LA MEDIA DEI CITTADINI AMERICANI DESIDERA DI VEDERE LE QUATTRO LIBERTÀ' DOMINARE LE MIRE E LE ESISTENZE DI TUTTI I POPOLI DEL MONDO. NOI CREDIAMO CHE, AFFINCHÈ' GLI UOMINI POSSANO VIVERE SECONDO IL RUOLO CHE DIO HA LORO CONCESSO, ESSI DEBBANO AVERE LA LIBERTÀ' DAL TIMORE, LA LIBERTÀ' DAL BISOGNO, LA LIBERTÀ' DI CULTO E DI PAROLA.

DA QUANDO SIAMO GIUNTI IN ITALIA, ABBIAMO COMINCIATO A CAPIRE MEGLIO I PROBLEMI CHE IL POPOLO ITALIANO DEVE AFFRONTARE. FRA NOI E VOI SI E' SVILUPPATA UNA RECIPROCA COMPRENSIONE. NOI SENTIAMO CHE I NOSTRI SFORZI HANNO OFFERTO ALL'ITALIA UNA NUOVA E MIGLIORE OPPORTUNITÀ' PER SERVIRE IL SUO POPOLO E PRENDERE IL SUO POSTO NEL COMPIMENTO DEL DESTINO DEL MONDO CHE DOVREBBE ARRE­CARE PACE E FELICITA' A NOI E ALLE FUTURE GENERAZIONI. NOI ABBIAMO IMPARATO AD APPREZZARE L'ITALIA E GLI ITA­LIANI. NOI NUTRIAMO FIDUCIA CHE NEI PROSSIMI ANNI

L'AMI­CIZIA TRA VOI E IL POPOLO AMERICANO SARA' RAFFORZATA PIÙ' CHE MAI.

MENTRE VI DIAMO IL NOSTRO ARRIVEDERCI E PAGHIAMO IL TRIBUTO ALLA MEMORIA DEI NOSTRI CADUTI SUL VOSTRO SUOLO, NOI AUSPICHIAMO A VOI E ALI/ ITALIA UNA PACE DURA­TURA E INDUSTRIOSA ED UN RECIPROCO RAFFORZAMENTO D' A-MICIZIA TRA VOI E L' AMERICA.

NOI SINCERAMENTE INVITIAMO TUTTI I NOSTRI ALLEATI AD UNIRSI A NOI NEL RICORDO DI COLORO CHE CADDERO PER LA CAUSA COMUNE DELLA LIBERTÀ'.

QUESTO E' IL NOSTRO SUPREMO DESIDERIO : CHE TUTTI CO­LORO CHE IMMOLARONO LA LORO VITA NEL “SUPREMO SACRIFICIO” SIANO DEGNAMENTE ONORATI PER LE LORO EROICHE GESTA.

Questo volantino fu lanciato dagli aerei americani, alla fine della tragica estate del 1943, sulla città di Foggia, ferita al cuore, devastata dai bombardamenti, sotto i cui crolli resteranno per sempre sepolte tante storie, che non sono state e mai saranno raccontate, migliaia di vicende umane celate per sempre nel profondo dell’animo di chi le ha vissute!!!!!

 

ANTONIO VITULLI

Matteo de Augustinis e le fosse granarie

(Le fosse granarie di Foggia in una relazione agli inizi dell’800)

Il rapporto e la frequentazione di Matteo de Augustinis con la terra di Capitanata è stato continuo e costante. Egli era ben consa­pevole del ruolo che la provincia e Foggia avevano nel Regno che egli definiva dopo la metropoli, la più importante città di questa nostra Sicilia" . Tale interesse fu da lui rivolto non solo alle grandi questioni riguardanti la storia economica ed agraria, la riforma e l'affrancamento del Tavoliere, il credito, ma anche a quella che potremmo chiamare, parafrasando il titolo di un volume di un insigne meridionalista, Eu­genio Azimonti, "la Capitanata agraria quale era". Ed è significativo notare che, parlando della Capitanata, il de Augustinis osservasse che "Foggia può ben pretendere a grandi destini e prevedere la sua fu­tura grandezza" ma che egli senta il bisogno di aggiungere: essa non ha, per dir vero, nulla da ispirare la poesia né da piacere la erudi­zione. Per la qual cosa merita di essere visitata più dagli economisti che dai vati e filosofi".

Un consapevole approccio questo alla realtà vera del Tavoliere.

Realtà aspra, difficile quella della Capitanata Triste - per dirla con un altro titolo di un testo ben noto  ben diversa da quella vagheg­giata dagli illuministi settecenteschi e da tanti economisti coevi al de Augustinis. Una Capitanata che egli aveva così ben descritta nel suo saggio del 1832, affrontando problemi riguardanti non soltanto gli aspetti economici, ma anche quelli agronomici che facevano riferi­mento alle colture arboree, alla decadenza dell'allevamento ovino, alla cerealicoltura.

E di uno di questi aspetti dell'economia agraria della Capitanata, la cerealicoltura, si occuperà questa breve relazione. Essa fa riferi­mento ad un saggio pubblicato sul numero 39 del maggio - giugno 1838 sul Progresso delle Scienze Lettere ed Arti del Ricciardi. Diciamo del Ricciardi, anche se a quella data la rassegna era diretta da Giu­seppe De Cesare, in quanto, come è noto, la collaborazione del de Augustinis al periodico era iniziata nel 1833 quando la stessa era an­cora diretta dal Ricciardi, sia pure alla vigilia del suo allontanamento dal giornale e questo per sottolineare la significativa conoscenza del de Augustinis col Ricciardi, il futuro rappresentante di Foggia al Par­lamento napoletano del '48 e a quello dell'Italia unita, di fatto fog­giano, anche per i cospicui interessi della sua famiglia nel Tavoliere se è pur vero, che essi erano più che suoi, del fratello Giulio, col quale sono noti i rapporti così poco fraterni.

Il saggio riguarda il problema della conservazione del grano ed il sistema delle fosse granarie', Si tratta di uno scritto poco conosciuto e mai ripreso e citato dagli studiosi del tema. Saggio che oltre tutto ha una peculiare caratteristica quella di essere redatto, appunto, da un economista agrario".

Va rilevata soltanto una singolare coincidenza; sugli Annali Civili del Regno di Napoli nello stesso anno - 1838 - nel numero di lu­glio/agosto - subito dopo quindi la pubblicazione del saggio di de Augustinis sul Progresso delle Scienze Lettere ed Arti - venne pub­blicato un articolo dal tema Delle fosse da conservar grano nel Re­gno di Napoli del barone Durini nel quale si rivendicava l'utilità del sistema delle fosse granarie per la conservazione del grano utilizzato nel Regno e l'importanza della Capitanata e di Foggia in tale pratica. Semplice coincidenza o motivata presa di posizione, in Napoli per un problema ritornato di attualità in quegli anni a seguito della pubbli­cazione, a Milano, nella collana di economia agraria dell'editore Sil­vestri del famoso saggio del 1754 Sulla conservazione del grano di Ferdinando Galiani, finalmente riconosciuto autore dello stesso e fino allora attribuito a Bartolomeo Intieri, la conservazione del grano materia di così grande e riconosciuta importanza che sarebbe vana e ridicola impresa, il volerla ora qui con lungo apparato di ragioni per­suadere gli uomini e raccomandare, perché ... in uno studio può avere maggior merito di quello che s'occupa intorno all'acquisto e alla cu­stodia del pane: di quel pane... che fu dal Supremo Autore nostro, costituito come premio e merce, dei suoi sudori ... eppure le maniere finora per tanto spazio di secoli usate in ogni paese a custodire i grani sono così imperfette e mancanti che una arte considerevole della rac­colta si scema e si perde ogni anno ... ".

Questo il solenne inizio del citato saggio del Galiani ed aggiunge: "ma quello che è meraviglioso e strano è che sono passati più di venti secoli e niente su questo punto si è migliorato e gli uomini in un ne­ghittoso letargo hanno lasciato parzialmente corrompere e divorare dagli insetti gran parte delle loro uniche e vere ricchezze; non hanno schifato mangiare i rimasugli puzzolenti e guasti dalle piogge e dalle bocche dei vermi ... " sembra la prosa di un romanzo nero!

Ma ecco la fine di questo "sinistro andazzo": l'invenzione della macchina che egli definisce "geniale" e che risolverà il secolare pro­blema", È nota la conclusione: il marchingegno basato su un sistema di "stufare" il grano per renderlo immune dai parassiti, che ebbe pur una qualche risonanza fra gli scienziati del tempo si rilevò, ahimè, impraticabile, ovvero praticabile solo per piccole quantità di grano, ma impossibile ad essere utilizzato per migliaia di tomoli. Immagi­nate la produzione agraria del Tavoliere, ammontante a milioni di to­moli, fatti passare attraverso migliaia di "forni", di difficile maneg­giabilità, Meglio rifarsi allora nel Tavoliere all'antico e collaudato sistema delle fosse granarie, usato sin dal periodo neolitico e che du­rerà fino alla fine dell'800, quando le nuove tecniche di insilamento in silos areati e l'uso degli antiparassitari si sostituiscono felicemente all'antico secolare sistema. E questa è appunto l'opinione del de Au­gustinis.

Il saggio sulle fosse granarie è ampio e ben documentato e offre un quadro preciso sugli aspetti tecnici e gestionali del sistema, oggi scomparso e purtroppo quasi del tutto distrutto, che ha segnato con la sua peculiarità e "singolarità" altrettanto e forse più della transu­manza, la storia agraria della città".

Alcune osservazioni riguardo al saggio.

La prima è quella relativa alla peculiarità delle condizioni am­bientali del Tavoliere per il buon esito dell'interramento del grano. Tali condizioni riguardavano: 1) La caratteristica di terreni; quelli del Tavoliere sono terreni alluvionali a base calcarea e di marne argillose che formavano alle pareti delle fosse una crosta dura, cristallina, com­patta che lasciava la fossa asciutta e soprattutto impermeabile; 2) Il clima del Tavoliere caldo-umido consentiva, nel periodo del raccolto e della trebbiatura, di sottrarre il grano alla pericolosa umidità: era il sole che fungeva nel Tavoliere come la stufa di Ferdinando Ga­liani. Queste condizioni davano origine alla numerosità delle fosse agrarie. Il de Augustinis ne sottolinea la ricchezza in Foggia nel numero di mille che consentivano la conservazione di oltre 2 milioni di to­moli di grano. Se aggiungiamo a tali depositi quelli esistenti nelle fosse degli altri paesi del Tavoliere (Lucera 100, San Severo 300, Manfre­donia 100, Cerignola 200), possiamo concludere che con tale sistema veniva insilata una quantidi oltre 5 milioni di tomoli pari a 2 mi­lioni di quintali. Una produzione enorme che veniva per la maggior parte inviata nella capitale per cui valeva il detto che Napoli, mangiava (per il grano), si vestiva, (per il mercato laniero) e campava (per le rendite cospicue della Dogana delle Pecore) per opera dei foggiani.

La seconda questione alla quale il de Augustinis dedica la maggior parte del saggio è quella relativa alle tecniche organizzative con le quali veniva gestito il sistema delle fosse. Qui appare tutto l'interesse dell' economista che non manca di esprimere il proprio stupore per l'eccellenza di tale sistema sia per quanto si riferiva all'organizzazione estrattiva (per la quale egli illustra un testo degli inizi del '700) for­mata da compagnie di 58 addetti con specifici compiti (caporali, mi­suratori, scrivani, sfossatori, facchini), sia per la parte che egli defini­sce  “scritturale" nella quale egli manifesta tutto il suo interesse di esperto bancario. La parte scritturale - egli dice - è di una sempli­cità, speditezza e sicurezza senza pari. Più facile del nostro sistema bancario, in quanto ne riunisce tutti i vantaggi.

Si trasferiscono le fosse sul registro della Compagnia come una fede di credito. Si scrive su quel libro ogni proprietario di grani, e per me a Caio, Mevio od Antonio e tanto basta che il giratario, senz'al­tro titolo, sia sicuro di ottenere ciò che gli è dovuto e di poter di­sporre e contrattarvi a suo talento. Le girate si fanno per parte e per tutti i depositi esistenti. Il commercio dei grani in Foggia, senza que­sta istituzione, sarebbe ad ogni passo arrestato e messo in pericolo di frode, cavillazioni e litigi senza fine. La religiosità con cui è mante­nuto il registro dello scrivano è bell'argomento di moralità e buona  fede!

Bella la conclusione con cui Matteo de Augustinis chiude il sag­gio. "In questo articolo - egli scrive - l'economista, l'amministratore ed il legislatore troveranno larga materia a contemplare e solo a loro è particolarmente diretto questo dettato".

 

 

 

 

 

 

     Appendice

      

           D'un singolar modo di conservar le granaglie

        e le biade in Foggia, e del governo di quel deposito

Foggia, dopo la metropoli, la più imponante città di questa nostra Sicilia; Foggia a venti miglia dall' Adriatico, popolata di 25 mila abitatori, fabbricata nel bel mezzo della Puglia e de' campi del Tavoliere', centro ed emporio della pastorizia e dell'agricoltura seminatoria de' più estesi ed ubertosi campi e de' migliori pascoli della Italia meridionale; Foggia può ben pretendere a grandi destini, e preveder sua futura grandezza che io più vedo cena, e dico ancora assicurata: ma Foggia non ha, per dir vero, nulla da inspirar la poe­sia, né da pascere la erudizione. Per la qual cosa merita di essere visitata e studiata più dagli amministratori e dagli economisti, che dai vati e dai filo­sofi. Ora, per quegli amministratori ed economisti i quali non abbian veduta quella città, o le sue istituzioni non abbian messe a disamina, io scrivo que­sti cenni intorno al Piano della Croce o Fosse del piano della Croce.

Giace questo piano nella zona orientale della città, verso l'Adriatico, e di­scende in larga zona dal mezzodì al settentrione, dal luogo del pubblico pas­seggio al capo della strada che conduce il viandante in Lucera; la sua mag­gior lunghezza non oltrepassa trecento passi napoletani, né cento la larghezza. Cinque grossi fanali ne illuminano nella notte tutto lo spazio, il quale altri segni esterni non presenta fuori di picciole elevazioni formate dalla tavola o dalla pietra che ne copre la bocca. Il numero di quelle è di 1000 all'incirca, comprese le condannate e le ricolmate per la strada laterale che vi si è fatta, mentre delle aperte, 852 solamente ne rimangono in uso, tutte scavate nelle viscere della terra. Di quel numero 731 sono di antica data ed in pieno uso, le altre sono nuove ed in gran parte interdette dal Commissario del Tavo­liere il quale, perché sottoposte al regio tratturo, reclama il fiscal dominio. Del resto tutte le fosse che diconsi aperte o in uso, sono di privata e non pubblica proprietà.

 

 

 

Che cosa sia il Tavoliere di Puglia, quale la sua origine, quale l'estensione e na­tura delle terre di che si compone, quali le leggi che regolano quella sterminata pro­prietà fiscale, tutte queste cose ed altre, dichiarate sono in un opuscolo per me pubblicato nel 1832 (Nota dell'Autore).

Consistono le fosse in cavamenti sotterranei a guisa di pozzo, e pro­priamente a forma di campana o di pera, del doppio diametro o circa de' pozzi comuni, e della profondità di 20 a 45 palmi e non più.

Esse terminano in una bocca detta da' naturali boccale, dalla forma e grandezza di quella de' pozzi ordinari, senza punto però innalzarsi al di so­pra del livello della terra. Non incamiciate d'alcuna fabbrica o cemento al­l'interno, sono incavate in un terreno così fattamente tenace, asciutto e ri­pieno di ciottoli, i quali vi paiono come se vi fosse cementati, che al vederle ti sembrano fabbricate e non incavate dentro il suolo. Di sotto al collo so­lamente sono rivestite per alcuni palmi con pietre e terra di quelle sca­vate ivi stesso.

La capienza delle fosse è tale da contenere, la più piccola 300, e la più grande 3000 tomoli di granaglie o di biade; il perché quel piano potrebbe raccogliere e conservare nelle sue viscere meglio che due milioni di tomoli all'occorrenza. I grani dunque e le biade vi si conservano meglio che altrove, ed altrimenti non è possibile: il secco, o l'umido non li colpisce, il colore se ne migliora, e il lucido ed il levigato del guscio che ne fa scorrevoli le masse, non si perdono, né si alterano per nulla. Né così ad­diviene per un solo, ma per molti anni, e senza pericolo o caso che il gor­goglione o altro insetto vi s'ingeneri e le invada, come né magazzini so­pratterra da per tutto interviene. Ed il mirabile non è questo soltanto, ma si è dapprima la singolar qualità di non soffrire o ricever mai umidità  per pioggia, o per la vicinanza dalle acque sorgive, delle quali una mol­titudine di pozzi contigui fanno piena e manifesta fede: appresso l'aumento del 2 fino al 5 per cento che si ottiene sul grano e sulle biade quivi rispo­ste, e quindi la sicurezza che offrono quei sotterranei, così per la loro na­tura, come per quella de' custodi che li guardano e governano, come in se­guito sarà detto.

D. Giuseppe Resse (debbo alla bontà di lui la maggior parte delle noti­zie delle cose che vado esponendo, e delle quali mi sono di poi assicurato per me medesimo) vecchio gentiluomo istruito e probo di Foggia! mi ha narrato che molti anni sono già passati quando sorse aspra ed ostinata lite sull'appartenenza di una di quelle fosse, e la lite durò per dieci anni (notate tardità di giustizia) e dopo solamente finito quel pianto, la fossa ch'era ri­piena di grano fu aperta, ed oltre ogni aspettativa, i grani uscirono dal sot­terraneo per niente cambiati o deteriorati in confronto di ciò ch'erano al momento della immissione.

Queste fosse possono dirsi una specialità del suolo Foggiano; perché sono moltissime e non se ne trovano in tutto il rimanente della Puglia, né sono le altre così buone come queste, né così pregiate, conservate e governate). Della loro origine io non parlerò, sia perché fuori i limiti del mio proposito, sia perché non pare che vi sia alcun sicuro documento dal quale possa raccogliersi con sicurezza quali furono i primi uomini che le scava­rono, ne fecero uso come ora, o altrimenti. Certo si è ch'esse sono anti­chissime, e di epoca più remota della tradizione: certo è pure che si sono trovate le bocche di alcune antiche fosse dai dieci a' quindici palmi sotto­terra, il che spinge l'uso e l'età delle medesime all'antichità più remota: v'è pur chi crede da quelle fosse traesse Foggia (Fovea) il suo nome, ed è pro­babile; imperciocché depositarie delle raccolte, e del più prezioso de' co­loni della Daunia, è naturale che a poco a poco vi si fosse raccolti d'in­torno molti contadini, i quali aumentandosi in progresso di tempo, abbiano portato Foggia allo stato ed alla condizione in che al presente si vede.

È a sapersi in quanto al governo delle fosse che  tempo addietro furono rette da soli proprietari che ne disponevano e vi contrattavano sopra coi trafficanti, come meglio loro conveniva o riusciva. Indi la indennità della sede e degl'interessi hanno menato a poco a poco alla identità ed unità del­l'amministrazione, la quale prese forma e certi patti al cader del secolo XVII, tempo di associazioni e corporazioni, ed in conseguenza di congreghe e di cappelle. Sorgendo al dunque il secolo XVIII, una corporazione o un ceto di uomini laboriosi e di facchini, sia per la manutenzione e governo delle fosse, sia per la consegna e riconsegna de' generi, sia per la scaricatura, caricatura e trasporto de' medesimi per lo interno della città, in modo bello, compo­sto ed ordinato. Di qui l'istrurnento del 19 marzo 1725, nel quale i patti principali de' diritti e delle obbligazioni stipularonsi tra i ceti de' coloni o massari, de' negozianti e de' così detti sfossatori.

Nondimeno dal 1725 al 1813 la fermezza delle cose avvenute in quanto alla mercede de' servigi ed alla influenza de' due ceti andò a mano a mano alterandosi, né poteva addivenir diversamente. Il paese trovavasi ogni anno più produttivo e prosperoso, il progresso sociale manifestavasi in Foggia più che altrove, e si coordinava a tutto il sistema economico del regno, il quale sviluppavasi, modificavasi e cambiavasi ad occhio veggente. Le doglianze de' massari e de' negozianti contro delle due compagnie e de' così detti abusi de' caporali e sottocaporali fecero intendersi, e l'autorità prestò loro mano forte. Frattanto non potevano infingersi essi medesimi intorno alla tenuità della mercede accordata e pagata alle due compagnie per la prestazione delle loro opere e de' servigi personali degli uomini che le componevano; e però i due ceti ch'erano i forti ed i potenti senza venire a nuova stipulazione con­sensuale, assembrandosi tra loro, diedero vita ad una conclusione che fecero accettare dall'Amministrazione Comunale, e la depositarono per fede delle prese risoluzioni, nell'archivio del Comune, dal che trasse ed ottenne a poco -

In Sansevero ed in Cerignola se ne trovano pure, ma in minor numero e senza alcuna istituzione aggiuntiva. In altre comuni sono rarissime (Nota dell'Autore).

-a poco quella forza legale che dapprima per giusto diritto aver non poteva. Per buona sorte però nulla fu innovato in quanto alla sostanza ed allo spi­rito della istituzione.

Ma dette cose e le scritte non sono tutte, e la consuetudine supplisce e provvede ad ogni insufficienza di patto. Quindi per la più compiuta cogni­zione di quella municipale istituzione della ubertosa Foggia aggiugerò vo­lentieri che ciascuna compagnia amministra la metà presso a poco delle fosse; né l'una prende ingerenza delle cose dell'altra. Ogni compagnia trovasi com­posta di 58 custodi operai facchini, tutti uomini validi pronti laboriosi mo­rigerati. Tra essi vi è un capo (o caporale) un sotto capo (sotto caporale) otto misuratori ed uno scrivano: tutti gli altri sono sfossatori e facchini. Ché nelle due compagnie vi è quasi sempre un succedersi di casta: i figli succe­dono d'ordinario ai loro genitori, ed i parenti più stretti sono preferiti ai più lontani. - Una idoneità però è indispensabile ed una certa moralità è pur domandata come necessario requisito: gli ubbriaconi, gli attaccabrighe, i di­scoli, i delinquenti ne sono esclusi, qualunque siano la salvezza e la idoneità loro. Vi è inoltre un alunno, e gli alunni diconsi aspiranti. La nomina si appartiene ai deputati de' due .ceti, ed in caso di reclamo, alla tonalità de' due ceti coll'intervento del Sindaco, e, se occorre, anche dell'Intendente della Provincia. La divisione del lavoro v'è esattamente osservata: ciascuno esegue quello della sua classe, ed ai cenni de' capi e sottocapi, a' 'quali prestasi una cieca e religiosa obbedienza; una gradazione ascendente vi è, la quale procede da aspirante a sfossatore, da sfossatore a misuratore, e da misuratore a sot­tocaporale e caporale. In conseguenza i misuratori sono scelti dagli sfossa­tori più esatti, più svelti, i più obbedienti ed idonei alla misura, e da' misu­ratori i sottocaporali e caporali.

L'elezione de' caporali e sottocaporali si fa così. Dapprima una candida­tura si apre de' più svelti e più esatti misuratori e de' più probi, e talvolta più anziani. Gli aspiranti a caporale e sottocaporale, la cui candidatura è ac­cettata, passando allo scrutinio segreto de' due ceti, i quali si raccolgono invi­tati dal Sindaco nella casa comunale in seguito di avviso. Sono ammessi alla votazione come massari tutti coloro i quali abbiano nelle fosse un deposito di 50 carra di grano (1800 tomoli), o che abbiano seminato cinquanta ver­sure di terreno (200 moggi), e come negozianti tutti coloro che per tali siano riconosciuti nella piazza, ovvero paghino patente di negoziante, o così siano notati ne' registri municipali.

La nomina viene fatta a maggioranza di voti, ed è pubblicata ad alta voce nell'assemblea. Appena conosciuta l'elezione, il nuovo eletto è spogliato dalla compagnia dello giacco o farsetto, è, vestito di lunga giamberga, vien rega­lato e coverto d'un nuovo e fino cappello. Ciò fatto, fra gli applausi della compagnia vien guidato alla Chiesa di S.Rocco, ove intuonasi l'inno am­brosiano tra lo sparo ed il rimbombo de' sacri bronzi. Il titolo di caporale o sottocaporale conferisce il diritto del comando sulla compagnia, l'astinenza al lavoro fin che dura la sua vita ed il diritto all'ultimo mezzo tomolo che si estrae dalla fossa a titolo di viccio, grosso pane di forma circolare, il quale dura in benefizio della fami­glia anche un anno dopo la sua morte. In questo caso il nuovo caporale ri­ceve a titolo di gratificazione una doppia parte nella dividenda settimanale della mercede.

Ingegnosa è la pratica delle compagnie, e dirò pure tradizionale, per riem­pire e votare le fosse, per misurare, caricare e discaricare il grano e traspor­tarlo ove vuolsi in sacchi che menonsi diritti, e senz'alcuno appoggio sul di dietro del collo. Ingegnosissima poi è quella di saggiare la qualità de' grani, e delle biade infossate. Per non andare troppo per le lunghe, mi limiterò a descrivere quest'ultima solamente.

Ad un'asta di legno di 10 a 12 palmi e del diametro di un pollice circa conficcasi un ordigno di ferro accosto cui resta un bacinetto affatto simile a piccolo imbuto. Prima di spingersi la lancia nella massa del grano per scan­dagliarne la qualità, si colma di un gomitolo, fatto di un pezzo di una corda al fin d'impedire che scendendo l'asta, l'imbuto non si riempia del grano de­gli strati superiori. Per la qual cosa arrivata la lancia là donde vuolsi ritrarre la mostra, si tira la corda, indi la stessa lancia, la quale porterà seco l'im­buto ripieno del grano esistente dove la lancia era giunta. Così il saggio of­fre con sicurezza la qualità del grano del punto designato, e le frodi si evi­tano nelle contrattazioni. A maggior sicurezza si fanno cadere anche gli acini superiori de' quali il bacinetto o l'imbuto si è riempito: il saggio così è sicuro ed immancabilmente fedele.                                              

Per assicurare il servizio delle fosse è convenuto che gli ascritti alle com­pagnie non possano di altro occuparsi, ma debbano rimanere sul piano, pronti i caporali e sottocaporali ad ogni cenno de' deputati, ad ogni richiesta degli avventori, e tutti gli altri ad ogni ordine e disposizione de' superiori, e deb­bono tutti alternativamente essere in guardia notte e giorno alla custodia delle fosse per le quali pagasi a' proprietarii un estaglio annuale di due a tre ducati solamente.

Gl'introiti della Compagnia si raccolgono in comune, e nella domenica di ciascuna settimana si dividono a tenore della lista di ripartizione che ne fa lo scrivano a parti uguali per tutti, e più un'altra per mantenimento della Chiesa di S.Rocco, e per la festa della ss. Trinità.

A futura memoria di tutte le operazioni della Compagnia vi è un regi­stro in carta da bollo che tiensi da uno fra essi denominato scrivano, nel quale si notano il numero delle fosse col nome de' proprietarii cui appartengono; 20 le qualità delle granaglie e delle biade colla indicazione degl'immittenti e di coloro cui appartengono; 3^i passaggi, le vendite e le cessioni delle fosse in tutto o in parte. Il registro cambiasi ad ogni anno e fa fede in giudizio come pubblico documento.

 

(In alcuni luoghi del regno chiamasi viccio,  un grosso pane in forma circolare, ed in altri il gallo d'india. Nel primo caso vuoi significare regalo per farsene un buon pane, nel secondo altrettanto, coll'aggiunta di poterselo mangiare col gallinaccio -Nota dell'Autore).

   

Con siffatto ordinamento questi magazzini sotterranei sono a servigio di tutti, senza che per avventura abbiasi a temer perdita, derubazione o frode di chicchessia, non essendo mai stato caso per lo quale o i grani fossero stati derubati, o cambiati, o ricevuti o restituiti più o meno del giusto.

Finita qui l'esposizione sostanziale, è tempo di passare alla pura critica della istituzione.

Adunque dirò per quanto me ne pare, che in tutto ciò che riguarda la parte materiale, il maggior merito sia della natura del terreno e de' riposti­gli, e però vogliono essere innalzate a cielo e la conservazione e la sicurezza di quelle fosse, le quali non si prestano ai furti, ed alle clandestine sottra­zioni. Però se n'è ricavato e se ne ricava un gran profitto. Merite­rebbe farsene più generale la pratica ovunque il terreno vi si presta consi­milmente, ed anche altrove, incamiciando una e due volte le fosse col ter­reno che si estrae dalle fosse di "Foggia, o delle altre pari a quelle. Accurati saggi vorrebbero essere istituiti specialmente in Terra di Lavoro, nel Princi­pato Citeriore e nella Basilicata, nelle quali provincie abbonda la raccolta de' grani, de' granoni e de' cereali di ogni maniera.

La parte scritturale è d'una semplicità, speditezza e sicurezza senza pari.

Più facile del nostro sistema bancario, ne riunisce tutt'i vantaggi. Trasferi­sconsi le fosse sul registro della compagnia come in una fede di credito il denaro depositato e niente meno. Il traffico se ne giova grandemente, e per questo le fosse meritano di essere riguardate come utilissimo provveddimento economico.

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Che scriva su quel libro ogni proprietario di grani, e per me a Cajo Me­vio od Antonio, tanto basta che il giratario senz'altro titolo sia sicuro di ot­tenere ciò che gli è dovuto e di poter disporre e contrattarvi a suo talento. Le girate si fanno per parte e per tutti i depositi esistenti: il commercio este­sissimo de' grani in Foggia senza questa istituzione sarebbe ad ogni passo arrestato e messo in pericolo di frode, cavillazioni e litigi senza fine. La re­ligiosità con cui è mantenuto il registro dello scrivano è un bello argomento di moralità e di buona fede.

Adombra il governo di quelle fosse in più ed in meno un sistema rap­presentativo elettorale poggiato sull'interesse diretto e sulla virtù; epperò trovo in esso la chiave per ispiegare la lunga esistenza delle due compagnie delle fosse: esse contano circa due secoli, ed è tuttavia così giovane la loro vita che promettono voler vivere vita lunghissima: vincere in durata gli or­dinamenti politici più ammirati di molti antichi e nuovi Stati, ei vuol dire ch'è in esso un principio vitale e rinfrancatore senza di cui non avrebbe po­tuto durar lungamente.

L'onore ed il premio al la­voro ed alla probità sono lezioni parlanti ed incoraggiamenti alla industria ed alla virtù, le due colonne sulle quali poggiar debbe ogni edifizio sociale: senza di esse, vogliasi o no, uopo è che l'edifizio presto o tardi crolli e vada in rovina.

 

Quell'escludere dalla dividenda ogni assocjato che abbia esatto di suo proprio conto la mercede comunque senza passarla a chi di diritto, quel far durante il castigo fino a che non siasi restituito alla comunità il denaro co­mune, ma non oltre, egli è quanto di saggio, equo e di più mite può avere la penalità. Possa il principio sul quale si fonda, essere imitato da altre con­greghe e da tutte le civili compagnie! La gerarchia, la subordinazione e la divisione del lavoro sono condizioni di ricchezza, di moralità e di bontà che non debbono sfuggire ad un accurato osservatore.

Uopo è non pertanto dir francamente che si bella istituzione non va esente da un certo vizio di monopolio amministrativo che viene dalla ingerenza del­l'autorità municipale, e da certe norme proprie del sistema proibitivo cui ri­sale e delle privative. Essa però non esclude la concorrenza di diritto, ed è questo l'importante.

Errore gravissimo mi pare poi quello dalla fissazione secolare de' salari.

Avvincere la ricompensa al lavoro degli uomini ad un tipo inalterabile, sog­gettarvi le presenti e le future generazioni, stipulare che il compenso de' ser­virgi personali si separi per sempre dalla condizione economica de' tempi e de' luoghi, egli è stabilire senza volerlo un principio d'ingiustizia e d'ini­quità, in ogni caso antieconomico.

Che si purghi adunque la istituzione, che si apra a tutti l'accesso alle compagnie, che si allarghi o restringa il numero degli uomini di quelle se­condo le occorrenze, però in via regolamentaria, come ad esempio in ogni tre anni, o anche meno; che si riveda e rinnovata anche la tariffa de' salarii e della mercede in ogni lustro ed anche prima, e le Compagnie delle fosse del piano della Croce si accosteranno alla perfezione, e serviranno di esem­pio e di sprone al bene operare e ad ogni società che aspira all'associazione ed alla giusta divisione del lavoro e de' suoi profitti.

L'economista, l'amministratore, ed il legislatore troveranno in essa mate­ria a contemplare: e ad esso loro è particolarmente diretto questo dettato.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( marted́ 06 ottobre 2009 )
 
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